Medicina Tradizionale Cinese come integrazione della Medicina Occidentale

Percorrere la strada dell’integrazione oggi è un impegno e un dovere, una lezione di civiltà e progresso per il ben-essere della collettività.

Negli ultimi anni le cosiddette medicine “non convenzionali” stanno acquisendo enorme successo e popolarità nel mondo occidentale, come non era mai accaduto in passato. In particolare, la MTC si sta diffondendo sempre più rapidamente e capillarmente in Occidente. E questo è il chiaro sintomo di un cambiamento di mentalità in atto: evidentemente la medicina ufficiale accademica non è più in grado di soddisfare le richieste di una consistente fetta di pazienti, che, in numero sempre maggiore col passare degli anni, ricorrono a rimedi terapeutici denominati “alternativi”.

Soltanto nel nostro territorio, che detiene il primato nell’U.E. per presenza di immigrati regolari cinesi (114.000), coloro che ricorrono alle cure alternative sono circa dieci milioni, pari al 16% dell’intera popolazione. È questo un segnale importante che sollecita la nostra medicina verso un cambiamento di prospettiva, in cui integrare la moderna scienza medica con nuovi saperi e terapie di antica tradizione.

Si impone all’attenzione del mondo medico una profonda riflessione sui concetti di salute e malattia, nel senso di un ripensamento e adeguamento di questi alla nuova realtà che si sta profilando negli ultimi anni. Considerare la salute come semplice assenza di malattia e quindi fornire una valutazione secondo parametri puramente clinici, come spesso ancora si ostina la medicina ufficiale, risulta anacronistico e inadeguato ad esprimere i reali bisogni di una realtà complessa e multiculturale, come quella attuale. In tal senso sta emergendo l’interesse verso una medicina “umanizzata”, centrata sui valori e le esigenze del paziente, ovvero su un concetto rinnovato di benessere inteso in senso globale, come cura complessiva dell’individuo e da un punto vista organico, del corpo e da un punto di vista psichico, della mente. Del resto già l’esperienza comune dimostra lo stretto legame tra mente e corpo, ad esempio quando si identificano le emozioni provate in base a sensazioni fisiche; così capiterà di sentire il cuore in gola o lo stomaco chiuso quando aspettiamo con ansia e timore un evento tanto atteso, oppure impallidiremo e ci sentiremo paralizzati dalla paura di fronte ad un accadimento spaventoso o ancora arrossiremo e tremeremo di rabbia per un grave torto subito. Riflettendo su queste ed altre analoghe esperienze appare innegabile l’unità somato-psichica dell’uomo, che implica una profonda ripercussione del benessere fisico sugli stati d’animo e viceversa delle emozioni sul corpo e sul suo benessere, tanto da richiedere che ogni malattia venga indagata non solo da un punto di vista organico, ma anche considerando l’aspetto emotivo che la caratterizza.

La medesima conclusione è valida anche in campo fisiologico. Infatti è ormai da tempo dimostrato che i sistemi nervoso, endocrino e immunitario comunicano tra loro. Ciò significa che la mente, le emozioni e il corpo non sono entità separate, ma interconnesse. Alcune delle prove più convincenti dell’esistenza di una via diretta che permette alle emozioni di avere un impatto sul sistema immunitario sono state fornite da David Felten. Egli, muovendo dall’osservazione che le emozioni hanno un potente effetto sul sistema nervoso autonomo, ha scoperto che le cellule immunitarie possono essere il bersaglio dei messaggi nervosi. Sembra, infatti, che una condizione mentale serena determini un migliore andamento delle forme patologiche e minore probabilità di ammalarsi. A questo proposito, molti studiosi contemporanei ritengono che l’ottimismo sia in grado di influenzare lo stato di salute, mantenendo più alte le difese immunitarie e che l’essere ottimisti apporti notevoli vantaggi alle persone affette da tumore, sia a livello diagnostico che curativo. Avere uno spirito reattivo, combattivo e positivo di fronte ad una malattia aiuta di più che essere depressi e passivi, anche perché si mettono in atto comportamenti preventivi e curativi più adeguati e tempestivi.

Secondo Goleman (1995) è possibile dimostrare scientificamente che, curando lo stato emotivo degli individui insieme a quello fisico, si può ricavare un margine di efficacia in termini medici, sia a livello di prevenzione che di trattamento. Da queste considerazioni appare evidente quanto sia importante che la nostra medicina sia disposta ad indagare l’individuo che soffre nella sua interezza, in opposizione a quella cultura scientifica che ha perso il senso dell’unità soma-psiche e che spesso si occupa più di curare l’organo e la patologia che il malato?

Ma quali le ragioni di questo crescente interesse e avvicinamento nei riguardi delle terapie non convenzionali?

Non sono da trascurare le motivazioni economiche: è indubbio che la medicina cinese ha il vantaggio di costare poco e quindi di essere accessibile a tutti o quasi. È indubbio che, aldilà di esotismi stravaganti o di mera curiosità, il diffondersi delle medicine non convenzionali, sia, in primis, espressione di un disagio interiore e di una sfiducia del paziente nei confronti della medicina ufficiale. Provoca malcontento l’approccio meccanicistico della nostra medicina, con la conseguente configurazione superspecialistica, che spesso con la pretesa di classificare ogni fenomeno dell’organismo parcellizza il corpo al punto da rompere del tutto l’unità essenziale dell’individuo: quella tra fisico e psichico, presupposto ineliminabile al suo benessere“. A ciò si aggiunge l’innegabile rifiuto di un accanimento terapeutico invasivo in cui gli effetti collaterali dei farmaci spesso producono le cosiddette malattie iatrogene, che richiedono altri farmaci. Negli USA questo tipo di malattie, originate proprio dalle cure profuse, sono diventate la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e i tumori. Inoltre meritano di essere menzionate per il crescente e preoccupante aumento le malattie cronico-degenerative (in Italia oltre il 70% dei farmaci prescritti è per questo tipo di malattie), per la cura delle quali è molto diffuso un atteggiamento di scetticismo nei confronti dei farmaci convenzionali”.

Ma soprattutto fenomeni dilaganti quali lo stress, l’alienazione della vita contemporanea, il crescente diffondersi delle malattie alimentari come: obesità, anoressia e bulimia, l’incremento delle sindromi ansiose e depressive, la quotidianità velocemente isterica, iperproduttiva, annientante; tutti sintomi di disagi mentali e malesseri dei nostri tempi, hanno favorito l’interesse e la propensione verso sistemi olistici. Questi infatti hanno l’indubbio pregio di inquadrare l’uomo nella sua totalità, ricollocandolo in un ampio contesto ecologico e ponendo l’accento sul fatto che il cattivo stato di salute o la malattia non sono dovuti solo all’azione di agenti patogeni, ma anche ad uno squilibrio, a un disadattamento all’ambiente. Curare oggi, vuol dire non delegare tutto al poter del farmaco, come se l’uomo fosse una macchina da rimettere in sesto, ma ristabilire l’equilibrio dell’organismo in tutte le sue dimensioni: organiche, ma anche psichiche, ambientali, sociali e spirituali. Solo in tal modo sarà possibile il conseguimento di uno stato generale di salute e benessere; obiettivo finora assai poco valutato dalla medicina convenzionale, con la conseguenza spesso di disumanizzare il rapporto medico-paziente, riducendolo ad un fenomeno estemporaneo e asettico”.

La medicina tradizionale cinese, contrariamente a quella convenzionale è caratterizzata dal fatto di basarsi su esigenze reali dell’individuo, per cui diversi pazienti possono ricevere diversi trattamenti, sebbene secondo la diagnostica della nostra medicina soffrano della stessa malattia. È indubbio che la fortuna della suddetta si innesti proprio su questa sua propensione a valorizzare il soggetto tanto nella diagnosi quanto nella terapia: ogni individuo è unico ed irripetibile e per ognuno si devono proporre percorsi individuali ed itinerari terapeutici in base alle proprie risorse, in relazione agli ambienti sociali e alle personali ideologie“. Per questo motivo, la MTC non si oppone affatto alla MO, ma anzi la completa laddove essa è carente: nei processi di sintesi e di intercorrelazione.

Occorre dunque porsi come obiettivo quello di collegare le conoscenze dei due saperi in una medicina integrata, il cui primum movens deve essere la ricerca dell’unità, della integrità, il ritorno all’individuo nella sua globalità, il quale implica come premessa indispensabile una nuova concezione della malattia ampliata aldilà degli aspetti puramente organici.

Fonte: SAMUELE BARBARO PAPARO, CARMELA SILVIA MESSINA (2008) Medicina Occidentale e Medicina Tradizionale Cinese. Profili storico-filosofici. Ipotesi di Confronto,Roma, Aracne editrice, pp. 51-59

Scarica qui il III capitolo del libro: MO e MTC ipotesi di confronto – Capitolo III

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